Dice di Theo: Cinzia Tesio

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Theo Gallino e il pensiero del nostro tempo

“Chi decide che una rivista avvolta da pluriball è arte?” Oppure “Perché un artista fa sorgere la vita all’interno di una provetta?”

Theo Gallino prova a rispondere a quesiti come questi, partendo dall’idea che Arte significa trasformare la realtà in cui viviamo, uscire dal quotidiano e attraversare una soglia oltre la quale possiamo trovare nuove domande e cercare nuove risposte. Theo Gallino usa un linguaggio potente ed energico, difficile da etichettare, che si esprime con materiali diversi, ma anche attraverso il corpo o le azioni che le hanno ideate.
Per Theo Gallino risulta fondamentale prendere le distanze da tutti gli artisti contemporanei rivolti a rivisitare le sperimentazioni caratterizzanti il secolo scorso e riportare invece l’attenzione sull’autonomia della pittura pura, tanto nel metodo quanto nel suo “oggettivarsi in immagine”. Un’autonomia intesa in un’accezione non troppo lontana dagli ideali indicati da Paul Klee (la pittura rende visibile) e ricercata appunto attraverso la concentrazione sistematica su un nucleo fondante che non si basa su una pregiudiziale forma figurativa ma esalta invece le spontanee ricorrenze di elementi e oggetti semplici, dotati di un valore simbolico a cui, Theo Gallino, arriva a riconoscere qualcosa di universale.
Avvicino la sua arte – almeno per ciò che concerne il discorso ideologico – a parte della pittura di Dorfles, il quale in merito al valore simbolico che poteva trasformarsi in universale di alcuni suoi lavori scrisse: “ …E’ la ricerca precisa e lucida di una determinata forma a guidare la matita e il pennello: forma che parte da alcunché di già sperimentato o a quello tende, sia che la mano tracci un segno preso a prestito da un elemento reale, sia che valga di alcuni schemi formali sempre ricorrenti che a mio avviso, si possono considerare come i progenitori di ogni espressione grafica, conscia o inconscia. Avremo così la voluta, la lemniscate, la S, la greca o forme più complesse e imprecisabili; potremo veder affiorare la forma ameboide di una cellula, gli aspetti di strane strutture organiche o minerali. Potremo cioè assistere alla proiezione di archetipi formativi, restanti a lungo inutilizzati, e che oggi riappaiono, diventando i generatori di nuovi spunti plastici…”. Theo Gallino ha studiato l’antico repertorio dell’arte classica, interpretandola e rendendola sua, cercando di ricavarne un proprio linguaggio, come solo i grandi maestri sanno fare. Nulla si inventa ma tutto si trasforma ed ecco quindi la sua ricerca che vorrei definire “psicologicamente oggettiva” per il suo rifarsi spesso ad oggetti.
Ne è esempio la bottiglia di plastica che diventa involucro, contenitore e parte integrante di una serie di lavori: i “pollini”. Si tratta di archetipo e non di simbolo: è quindi la forma preesistente e primitiva di un pensiero e non un impulso irrazionale estroflesso in senso espressionistico. E’ evidente il suo legame con la natura e la primordialità ad essa collegata: così il suo lavoro si basa sul disporsi fluido “deduttivo” di segni dall’aspetto organico, innestati su un vario e ricco corredo cromatico, scandito secondo modalità com- positive quasi musicali: per esempio su variazioni del tema tonale. Restando in tema di oggetti, spesso il suo operare è sta- to collegato a “materiali simbolici” che diventano pittura, qua- li ad esempio il pluriball, ma anche i fumetti, i già citati pollini ecc. Ed è qui che voglio spiegare meglio il lavoro di Gallino. Prima ancora che un “oggetto di conoscenza”, come la più avanzata pratica teorica ci ha recentemente abituato a considerare, una pittura occupa il nostro campo visivo in funzione dell’apprendimento. Occorre riconoscerla come prodotto artistico, sottoporla a ricognizione visiva e mentale insieme per apprenderne le regole interne, i luoghi abituali, i percorsi inusitati; non importa che sia più o meno astratta, né che si materializzi in un quadro o in una tela o su un altro supporto; una pittura è sempre una instabile costruzione/decostruzione da percorrere nei suoi passaggi o nei suoi linguaggi. L’apprendimento è regolato da codici che bisogna imparare mediante l’errore, per rispondere correttamente alle regole, e riguarda la memoria e l’imitazione; la conoscenza muove già dalla decodificazione e s’inoltra nella reminiscenza e nella trasgressione, per sfociare sulla questione notoriamente complessa del sapere. E’ questo che intendo testimoniare circa le opere di Theo Gallino, dicendo che offrono alla mia vista una struttura analitica grazie alla risoluzione di tematiche che sanno esprimere emozione e conoscenza. Al pari di altre opere che hanno segnato l’arte moderna e contemporanea, catalogate come concettuali o informali, con un collocamento a riposo delle nostre inquietudini per limiti di pressappochismo, questa espone tutti i suoi elementi e il loro funzionamento in bella vista, così che li possiamo verificare anche noi mentre agiscono: è un’astrazione decodificata. Come tale non si accontenta di fornire il suo impianto di appropriati caratteri di indagine e analisi, perché questi sono lì per cominciare, non per finirvi impigliati. Gallino ricerca il suo supporto e lo lascia a vista, e quindi lo lavora nel tempo, talvolta con linee di colore, ora fini, ora grosse; altre volte con combinazioni di tagli o cesure, ora reali, ora virtuali: questa è un’attività complessa che deborda dai limiti della base per concentrare i fuochi di altre categorie sull’evidente attesa progettuale e proiettiva di questa pittura.
Descriviamole meglio. Dopo alcuni cicli legati al preservativo in quanto oggetto–immagine, Theo Gallino ha affrontato un nuovo materiale: il pluriball, ovvero il polietilene a bolle usato negli imballaggi con lo scopo di riparare materiali fragili.
Quasi un simbolo concreto atto a creare opere d’arte nuove, elaborandolo con la fotografia oppure per realizzare installazioni di estrema contemporaneità. Con il pluriball l’artista ha ottenuto notevoli effetti ottici e, talvolta, quando lo ha unito al fumetto creando il ciclo dei “Fumetti protetti” è nata una sorta di collage, tecnica che deriva diretta- mente dal ready-made, ossia da quella idea di Duchamp che si possa far arte attribuendo nuovi significati ad oggetti già fatti. Il “Nuovo realismo” negli anni Sessanta, e soprattutto Rotella in Italia, ci hanno spiegato come questi pezzi di carta, per lo più foto, manifesti, riviste possono assumere significati diversi.
Attraverso Diabolik, Eva Kant, Tex, Alan Ford, Messalina, Isabella, l’artista coinvolge il fruitore in un noto mondo immaginario completa- mente rivisitato.
Ma parlare di pluriball significa parlare di Theo Gallino in quanto artista e in quanto uomo. Mi piace riflettere sugli elementi veramente importanti dell’arte e collegarla alle nostre tradizioni. L’artista e il critico sono in grado di influenzare artificialmente l’evoluzione e penso che questo sia uno degli aspetti più importanti che l’umanità si trova di fronte. Ogni individuo avrà straordinari poteri di alterare ciò che ci è stato dato dalla natura, e questo comporta una decisione creativa sul modo di considerare molti altri aspetti, la presentazione estetica di se stessi: c’è quindi un collegamento con l’arte nel modo in cui modelliamo noi stessi e il mondo. Un grande artista è in grado di creare un sistema di visione capace di riflettere una profonda comprensione del mondo e lo modella per gli altri. Dal punto di vista storico vediamo che i grandi artisti ci hanno trasmesso, oltre ai risultati estetici ottenuti, il pensiero del tempo, il modo in cui e con cui era considerato il mondo in quel periodo. La storia dell’arte ci insegna i canoni che hanno caratterizza- to ogni periodo: ad es. è possibile leggere un libro di storia militare romana ma è guardando il busto di un senatore romano che si ha una forte percezione del pensiero del tempo. Penso che Gallino abbia raggiunto a pieno titolo questo obiettivo: è un artista contemporaneo che vive, assapora, utilizza e trasmette il pensiero della nostra epoca. Ed ecco quindi che il pluriball, le provette, i fumetti, le burnie (vasi di vetro) diventano arte; l’arte di oggi. Pluriball inteso come dimensione costruttiva dell’opera, tal- volta fondendosi con il tracciato pittorico, altre volte assumendo la funzione di “contenitore” preservando i fumetti dalla rovina. Le “burnie” appartengono ad un altro ciclo di opere in cui Gallino
inserisce all’interno di contenitori di vetro elementi e tracce che han- no segnato il suo percorso: sono materie tratte per lo più dal mondo naturale mescolate ad ingredienti di origine chimica. Il maestro le de- finisce alchemiche, non tanto per l’aspetto legato al discorso semi – scientifico nato dall’incontro tra fisica e chimica, quanto piuttosto per il lato artistico che cerca la via della verità attraverso le trasformazioni della materia e che implica un’esperienza di crescita e un processo di liberazione e di purificazione spirituale per l’artefice dell’esperimento. La burnie come i processi e i simboli alchemici hanno un significato interiore nato dal legame tra la rappresentazione materiale e la trasformazione fisica del mondo che ci circonda. Il processo alchemico simboleggiato nella classicità si basava sulla trasmutazione dei metalli semplici in oro; per Theo Gallino trasformare la materia e gli oggetti quotidiani in opere d’arte diventa uno straordinario strumento di estetica in grado di trasmettere messaggi. Seguendo probabilmente il pensiero dello psicanalista Carl Gustav Jung, – il quale sosteneva che attraverso le fasi in cui avviene l’opus alchemicum si ha una corrispondenza nel processo di individuazione – Theo Gallino permette ad ogni fruitore delle sue opere di prendere consapevolezza della propria individualità e del proprio io interiore. Da citare sono, infine, le opere del “Mimetismo” che rappresentano un po’ la sintesi di tutto il lavoro precedentemente svolto. Il mimetismo inteso come l’arte del nascondere all’osservazione visiva o a far sembrare qualcos’altro uniformi, mezzi e attrezzature militari è per Theo Gallino tutto ciò che diventa completezza di ogni sua teoria artistica. La mimesi militare intesa come unione di colori sintetici vicini al mondo dell’astrazione, o meglio dell’informale si uniscono al pluriball creando una straordinaria forza visiva. Le divise, le stoffe che hanno segnato la storia delle forze
militari diventano per lui strumento musicale e linguaggio, materia prima e oggetto d’indagine. Ma il suo problema è quello di un’esistenza cercata nel suo assoluto prima, o nel suo assoluto dopo, rispetto alle apparenze abituali. Non sappiamo se queste tele parlino di una rinascita, o di una condanna Kafkiana. Intuiamo solo che siamo di fronte a un senso originario delle cose, ai loro minimi termini, alchemici o scientifici che siano, come se vedessimo la terra al di sotto della crosta terrestre. La visione ha qual- cosa di estremo, di indecidibile. Non possiamo definire se sia tragica o felice, o se partecipi di entrambi gli aggettivi. L’unica cosa che percepiamo con chiarezza, nell’infinito turneriano del colore (in questo caso della mimesi) è l’assoluta marginalità dei segni.

Chi è Cinzia Tesio

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