Dice di Theo: Elena Forin

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Il Pop è amore perché accetta qualunque cosa

Il Pop è amore perché accetta qualunque cosa

Robert Indiana

Quello che avvenne con la Pop Art fu un cambiamento decisivo e radicale nella storia dell’arte del Novecento e di tutta la contemporaneità, perché il prelievo del brano di vita reale, banale e quotidiana che già Duchamp e i dadaisti avevano professato, trovò con questo movimento nuovo senso, e condusse ad ambiti concettuali fino ad allora inesplorati. Non si trattava più di svolgere una riflessione interna solo al panorama delle arti e delle avanguardie, il problema, insomma, non era di mettere alla prova il più possibile le regole e le modalità operative, ma di trasformare piuttosto la prospettiva autoreferenziale avuta fino a quel momento in un’indagine più allargata in chiave storica, sociale e, in qualche modo, antropologica. L’idea era di partire dalla celebrazione di una certa cultura, quella dei grandi nuclei urbani e delle forme che li contraddistinguevano, perché alla base di tutto, in effetti, c’era un cambiamento epocale che scuoteva la società sin nelle sue radici più profonde: dimensioni, ritmi, problematiche, contatti e movimenti avvenivano secondo modalità nuove, perché la tecnologia aveva creato nuovi presupposti e nuove necessità, aveva sconvolto il modo di comunicare, aveva dato vita ad un repertorio di immagini che presto sarebbero divenute la base di una cultura comune e diffusa, una cultura, appunto, popolare. Eppure delle precisazioni vanno fatte, perché l’allargamento degli orizzonti cui si era giunti, era un valore relativo, diremo oggi, e forse possiamo affermare che acquista significato assoluto solo in riferimento alle esperienze precedenti, perché la Pop è ancora fortemente attestata sul ruolo dell’immagine in sé, dello stimolo visivo e della sua potenza, e in effetti questo aspetto non era sfuggito neanche ad un critico come Lawrence Alloway, che proprio in quegli anni metteva in discussione non solo l’apertura del gruppo a settori dell’esperienza umana ancora poco sfruttati, ma anche l’impatto che le nuove tecnologie avevano avuto nella loro ricerca artistica. “Si è stabilito – diceva Alloway – a volte per scherzo e altre volte con estrema serietà, un legame tra la Pop Art e la comunicazione di massa: per il semplice fatto che gli artisti Pop ne inseriscono alcuni elementi nelle proprie opere, è stata vista come la fonte stessa di quest’arte. Una posizione evidentemente assurda”.
Ora, fatte queste poche considerazioni, quello che ancora ci interessa sottolineare al fine della nostra indagine, è il modo in cui il gruppo parla dell’uomo, perché “quando la Pop fece la sua comparsa […] il grande pubblico reagì con stupore e indignazione, mentre buona parte degli artisti e dei critici si mostrarono delusi, poiché avevano sperato che l’Espressionismo Astratto […] avrebbe lasciato il posto ad un nuovo umanesimo […]. Certo, l’essere umano appare qua e là nella pittura Pop, ma per dare sistematicamente l’impressione di un robot telecomandato dall’indice dei consumatori o di una parodia ipersentimentale dell’ideale”. Ecco, questo è il punto nodale, quello che ci toglie anche gli ultimi residui di dubbio, nel caso ne avessimo ancora, sul rapporto tra il movimento degli anni sessanta e il lavoro di Theo Gallino, perché il ciclo dei suoi fumetti davvero non può essere confuso con quelli di Lichtenstein, e la cosa che non li potrebbe rendere più distanti è proprio il discorso sull’uomo, su come viene concepito, su qual è il suo ruolo all’interno dell’opera e della società.
Ma facciamo appena un passo indietro, e ripartiamo dal fumetto e dalla motivazione da cui si muove la Pop per la scelta delle sue immagini: Warhol, Oldenburg, Indiana e gli altri, avevano capito il ruolo di un certo tipo di stimoli nella loro società, e avevano deciso di farli entrare all’interno del mondo dell’arte, comprendendo, tra l’altro, la grande forza e la notevole visibilità delle fonti cui attingevano. Per Gallino è proprio il presupposto iniziale ad essere diverso, perché per lui non si tratta di “prelievi” fini a loro stessi, ma piuttosto di un modo per parlare dell’uomo, del suo tempo, dei suoi miti e della sua mente, un discorso questo, estremamente complesso, che l’artista affronta non solo tramite il fumetto, ma anche attraverso altri cicli di opere, che a partire da altre premesse giungono a dare lo spaccato di una sensibilità contemporanea fragile e articolata, mai banale e sempre impegnata in un raffinato processo di messa in discussione.
Ma si diceva dell’uomo, e in effetti il centro del lavoro è proprio lui, e lo si scopre quasi subito, appena dopo il superamento di una prima e leggera curiosità iniziale, quando i particolari si scoprono essere intriganti e quando l’ombra di certi contenuti comincia ad essere più visibile: tutto ha inizio con lo stupore di una scoperta, quella del materiale, il floc, una specie di morbido vellutino che non solo si può toccare senza danneggiare in qualche modo il lavoro, ma che addirittura può essere lavato in lavatrice.
Poi c’è l’immagine, il fumetto, qualcosa che è nostro, che in qualche modo appartiene ad un immaginario comune, con delle dinamiche di funzionamento e di lettura ormai arcinote, eppure qui è tutto diverso, c’è qualcosa di insolito che ci attrae, un qualcosa che si muove dall’interno all’esterno seguendo un percorso il cui senso è la crescita, uno sviluppo umano completamente nuovo. Certo, perché quei personaggi sono l’emblema di un mondo mentale positivo e avventuroso, quel mondo fatto di supereroi con poteri paranormali o di ombrosi personaggi che combattono le ingiustizie, si tratta, insomma, di un immaginario che conosciamo da sempre, che nella fantasia dell’infanzia trova terreno fertile per lo sviluppo di un mondo mentale fantastico che accompagna l’uomo da sempre, ma che però si tende a nascondere, a rimuovere, quasi dovesse appartenere solo alla fase della fanciullezza. Così, allora, quel soffice e confortevole tessuto avvolge con tutto il suo calore una fantasia che nasce con l’uomo, fino a mantenerla anche nelle fasi di crescita in cui è più facile perderla, e poi, proprio a proposito del tempo che passa, il floc, lo abbiamo già detto, è un materiale non solo pratico e comodo, ma anche poco usurabile, si tratta, insomma, di un supporto fatto per durare, per portare avanti il ricordo di se stessi, della cultura delle proprie immagini, di un senso sociale che muove a partire dalla lotta del bene contro il male. E poi, a proteggere questa storia, c’è anche il pluriball, quella plastica a pallini con l’aria dentro, utilizzato per gli imballaggi delle cose più fragili, e del resto, in effetti, che cosa c’è di più fragile della memoria?
Ma il pluriball non serve solo come barriera protettiva, come “prolungamento” delle qualità di durata del floc, ma ha qui un valore aggiuntivo e fondamentale, quello di contenitore d’aria, di piccole porzioni di ossigeno che possono essere utilizzate in caso d’emergenza, quando un’asfissia immaginifica sembra portare all’oblio. Ma non solo, perché il pluriball non consente soltanto di recuperare la cultura del disegno e il gusto della storia, ma anche di far respirare quelle forme della mente che troviamo in lavori dallo straordinario senso emotivo come gli Specchianti e i Segni del tempo, in cui forme, immagini, atmosfere e sensazioni si uniscono in un impasto vibrante, in cui l’uomo ritrova in qualche modo la strada per decifrare ciò che ha vissuto, tutto quel sistema di riflessioni e di meccanismi visivi e mentali anche inconsapevoli, che riaffiorano alla mente per restituirci una parte dello sviluppo umano che abbiamo percorso. Eppure, a darci questa forte affermazione della vita contribuiscono anche tutti gli altri lavori, da quelli sul preservativo, simbolo positivo e attivatore di valori vitali connessi ad una responsabilità serena e attiva, alle installazioni fatte di piccole boccette d’acqua, delle provette che potrebbero contenere quasi il siero della vita, oppure, ancora, al ciclo Segni del tempo, che con quella frase “voglio vivere per…” apre ad una dimensione talmente profonda da essere quasi lacerante nel mettere in discussione i principi e le motivazioni stesse dell’esistenza. Detto questo allora, alla fine del nostro breve studio, quello che emerge è la presenza di una trama, di una rete di richiami da un lavoro all’altro, in cui istinto alla sopravvivenza, forza dell’immaginazione, senso del tempo e della storia si uniscono, dialogano tra loro, si mettono a confronto per darci, tramite il lavoro di Theo, tutto il sapore che è nell’uomo, un sapore fatto di tante piccole e preziose componenti che così vengono preservate dall’oblio, dalla noncuranza e dalla superficialità, una superficialità che viene messa alla prova costantemente, anche ora, perché questa mostra sancisce la fine del ciclo sul fumetto… Eppure, se parafrasando le parole di Robert Indiana diciamo che l’amore passa anche attraverso l’accettazione e la comprensione delle cose, allora possiamo credere che questa sfida abbia delle buone possibilità di riuscita, perché in Theo Gallino ci sono la vita, la mente, la razionalità e il confronto.

Chi è Elena Forin

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