Dice di Theo: Edoardo Di Mauro

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I Segni del tempo di Theo Gallino

Il lavoro di Theo Gallino è analizzabile da molteplici punti di vista: formali, estetici, filosofici. Le opere dell’artista chierese si presentano dotate di una cospicua stratificazione di significati e si inquadrano perfettamente al centro del dibattito attuale sul concetto e sulla prassi della contemporaneità, non solo da un punto di vista squisitamente artistico ma in senso più ampio “politico”, secondo l’intuizione di Walter Benjamin sul ruolo dell’arte in una società dove la riproducibilità tecnica l’ha sottratta dal precedente dominio del “magico” e poi del “rituale”. Analizzando la genesi e l’evoluzione della produzione artistica di Theo Gallino, esponente di spicco di quella generazione di artisti italiani emersi tra la seconda metà degli anni Ottanta ed i primi anni Novanta, che sta finalmente conoscendo una meritata rilettura, debbo notare come l’ascendenza storica, senza voler inoltrarsi troppo a ritroso nel tempo, è da individuarsi in una precisa ed originale linea del Pop-Concettuale italiano caratterizzata da un senso di ludica e disincantata ironia, dall’uso di reperti oggettuali e di tinte vive e squillanti, dal paradosso linguistico spesso centrato sull’ambiguità del significato che annovera personalità quali, tra le altre, quelle di Aldo Mondino, Piero Gilardi, Pino Pascali, Alighiero Boetti. Theo Gallino si presenta sulla ribalta della scena prima torinese poi italiana a ridosso di quell’ondata di “new wave” artistica che ebbe a caratterizzare in positivo il nostro paese a partire dalla metà degli anni ’80, con un eclettismo stilistico dove soprattutto pittura ed installazione si sono manifestate ammantate da una verve briosa ed originale, fortemente contaminata dalla frequentazione e dalla citazione di altri ambiti espressivi con cui condividevano un entusiasmo derivato dalla convinzione di vivere una fase in cui il definitivo prevalere delle nuove tecnologie avrebbe concesso spazio molto maggiore per l’estrinsecazione della propria dimensione creativa e di una interiorità da vivere in chiave individuale al di fuori del peso limitante delle vecchie ideologie. Soprattutto la pittura in quegli anni conobbe una fase di profondo rinnovamento formale in cui la citazione che aveva già caratterizzato la Transavanguardia era gradualmente superata da uno stile in cui predominava una nuova tipologia narrativa tale da prefigurare una sorta di ironica epica metropolitana dove il confine tra arte “alta” e “bassa”, tra pittura e fumetto, si assottigliava fino a scomparire. Purtroppo il felice momento vissuto dall’arte italiana tra la metà degli anni ’80 e la corrispondente del decennio successivo, venne gravemente inficiata da problematiche interne al “sistema”, da me più volte denunciate, che favorirono un prevalere mediatico di istanze legate ad una banale reiterazione di moduli espressivi stancamente vassalli del concettuale di matrice analitica. Il progetto di Theo Gallino, sintesi efficace di sapienza antica, riflessione sul passato recente della storia dell’arte, e sguardo ben centrato dentro le dinamiche del contemporaneo, è assai stratificato sul piano dell’enunciato concettuale, ed affronta temi di stringente attualità, come il rapporto tra organico e inorganico, artificio e natura, scienza ed arte. La poetica dell’artista ha da sempre sotteso il desiderio di ricongiungimento con il mondo, la volontà, tipica dell’estetica dell’inorganico, di abbattere la barriera tra interno ed esterno, di andare oltre la concezione dell’opera come produttrice di un autonomo ordine simbolico per renderla realmente “aperta”, cosa resa possibile dall’avvento dell’era culturologica della contemporaneità, o post modernità che dir si voglia. Quindi le sue opere attuali, quelle su scala ridotta così come le installazioni dotate di maggiore imponenza, tendono a dar conto dell’avvento di una nuova fase storica in cui le capacità manipolatorie dell’uomo sul proprio corpo, su quello altrui e sulla natura si sono enormemente ampliate e l’orizzonte biogenetico appare il tema su cui in dibattito si fa più appassionato e contraddittorio : spetta all’arte, sembra dire Gallino con le sue argute metafore, porsi l’obiettivo di indicare all’umanità una possibile dimensione etica che non può prescindere dall’eterno aspirare al Bello. L’antologica allestita a Chieri si presenta suddivisa in tre sezioni. A Palazzo Opesso è allestita una selezione di opere definibili come “Art Design”. Gallino è solito allargare i temi della sua poetica a trecentosessanta gradi, mantenendosi fedele alle linee guida della sua ispirazione che, saldamente nelle sue mani, sono in grado di espandersi al di fuori dei recinti tradizionali dell’arte. Lungo tutto il corso del Novecento l’arte abbandona il suo isolamento linguistico per contaminarsi, ed essere contaminata, dall’ambiente circostante. Il design, dal canto suo, diviene, particolarmente in Italia, elemento centrale della nostra creatività, adeguandosi naturalmente alla specificità del “genius loci”, fatto di stratificazione e sedimento culturale, ma anche di ironia e disincanto. Rispetto alla questione del rapporto tra l’arte e la sua applicazione pratica e funzionale, si è giunti ad una giusta risoluzione del problema, laddove l’oggetto non ha perduto nulla della sua funzione primaria, che è soprattutto tecnica, in particolare nella scelta dei materiali, traendo dall’arte, e dalle forme che essa ha assunto, la vocazione a manifestarsi in una veste simbolica tale da indicarne l’affidabilità in termini di comfort e di prestazioni. Un progetto eclettico e polimaterico come quello di Theo Gallino, riesce armoniosamente a calarsi nella dimensione dell’oggetto di uso quotidiano, avvolgendolo con una raffinata e discreta membrana artistica, tale da soddisfare il senso estetico, oltre che pratico, del fruitore. Presso le sale della Biblioteca Comunale saranno esposte le opere di trentasette artisti, che con Gallino hanno condiviso percorsi di vissuto personale, entrando a far parte della sua ampia collezione privata. Si tratta di un omaggio che l’artista fa ad autori del suo territorio, ma anche di altre regioni. Ciò testimonia la generosità intellettuale di Gallino, e la sua volontà di vivere l’esperienza artistica in una dimensione di dibattito e di confronto, senza arroccarsi in uno “splendido” isolamento, ma traendo dalle esperienze altrui linfa e coraggio per proseguire il suo cammino. Gli ambienti davvero unici dell’Imbiancheria del Vajro, testimoniano, in maniera esaustiva, le esperienze artistiche dell’autore dai primi anni Novanta all’attualità, sulle quali adesso mi addentrerò. Adottando un corretto criterio cronologico, si parte dalle prime tele e carte emulsionate, databili attorno al 1993. In quelle composizioni sono contenuti in nuce spunti ed intuizioni che troveranno ampio sviluppo negli anni successivi. Le opere si presentano disposte su di un impianto rigorosamente bidimensionale, mentre l’impostazione figurativa è decisamente astratta. Un’astrazione organica e lirica, distante dalla “griglia” primo novecentesca e vicina, semmai, alle curve “dolci” di un autore come Licini. Ma il dato importante è che, per la prima volta, compare nelle opere di Gallino un elemento materico che a breve diventerà uno dei tratti distintivi del suo lavoro, il pluriball. Questo materiale plastico soffice e poroso è elemento assai noto per chi ha a che fare con la quotidianità dell’arte, che non è costituita solo di nobili ed elevati pensieri, ma anche di azioni pratiche, ed un po’ noiose, come proteggere le opere dagli inevitabili sbalzi e dagli urti che subiranno durante il trasporto. Gallino adopera il pluriball con una modalità doppiamente originale. In primo luogo non mi sovviene l’utilizzo a scopi artistici di questo elemento, pure così familiare, in altri casi. Il secondo motivo è che Gallino non lo adopera una tantum, estrapolandolo dalla sua funzione quotidiana e “virgolettandolo” nell‘accezione secondaria dell’impiego di un oggetto d’uso comune, alla maniera classica del ready-made. Al contrario il pluriball, filtrato tramite procedimenti tecnici, entra a far parte della dimensione costitutiva dell’opera, divenendone componente armonica ed imprescindibile, fondendosi con il tracciato pittorico e grafico, od elevandosi simbolicamente nella sua funzione di contenitore accogliente e protettivo. Questi capisaldi della sua poetica si evidenziano, ed al pari si affinano, con le due serie successive, datate tra il 1995 ed il 1998, le “Pittografie”, ed il “Pluriball come impronta”. Qui l’iniziale tendenza aniconica, ancora ispirata in parte dalla linea novecentesca di questa componente estetica, lascia spazio ad icone di assoluta originalità, ed affascinante impianto visivo, dove l’astrazione si integra con elementi visivi, agili grafie , tracce oggettuali, e con l’uso del linguaggio. Compare per la prima volta la formula linguistica “Voglio vivere per…”, che ritroveremo puntuale in molti dei suoi lavori successivi. Questa sigla denuncia l’aspirazione ad una esistenza piena e realizzata, la volontà di gettare uno sguardo in direzione del futuro, progetto difficile per l’uomo contemporaneo, invischiato suo malgrado nelle pastoie di una società “liquida”, che lo blocca in un eterno presente. La necessità della protezione dagli urti del sociale è simboleggiata, oltre che dal pluriball, dalla citazione di un altro esemplare strumento del quotidiano come il preservativo. Tornando alle opere di questa fase, esse si muovono filtrate dallo stampo del polietilene plastico, mentre appaiono sullo sfondo rilievi antropomorfi, od oggetti d’uso comune, che sfumano come velati dalla nebbia di una prima, indistinta, eppure completa percezione, oppure si manifestano con una essenzialità di traccia che fa intravedere ed intuire il tutto, alla guisa di un manto sindonico. In altri casi Gallino adopera un procedimento ispirato da un nume delle avanguardie storiche come Man Ray, le rayographies, con le quali esponeva oggetti a contatto con del materiale sensibile, di solito carta fotografica, ottenendo fotografie senza l’ausilio della fotocamera. Si passa poi ad un ciclo inaugurato nel 2003, quello dei “Fumetti Protetti”. Con questa operazione Gallino si avventura disinvoltamente all’interno di un preciso immaginario generazionale, confrontandosi con un linguaggio che, a partire dal Novecento, ha assunto i connotati di una vera e propria arte applicata, pronta a dialogare con la sorella maggio- re, senza inibizioni di sorta. Collocati inizialmente all’interno di più ampie cornici oggettuali, i fumetti successi- vamente, e come a loro compete, si dispongono dentro contenitori bidimensionali. Protetti dal consueto pluriball, stripes e copertine si stagliano su sfondi realizzati con un materiale da archeologia del contemporaneo come il “floc”, composto plastico con cui si cercò, negli anni ‘70, di sostituire il velluto. Icone che hanno costituito l’immaginario della nostra generazione, Diabolik, Eva Kant, Tex, Alan Ford, ma anche Isabella e Messalina, si pongono di fronte all’occhio compiaciuto e partecipe del fruitore. Dopo questa incursione nei territori del neo pop, approdiamo alle “Burnie Alchemiche”, del 2005. La serie segna l’inizio del rapporto di Gallino con la dimensione dell’oggetto e dell’installazione. Ptotagoniste di una mostra e di due opere ambientali prodotte nel 2006 per il mio progetto di arte pubblica “Moncalieri Porta dell’Arte”, le “burnie”, di fatto dei contenitori di vetro dove vengono collocati elementi e tracce del vasto repertorio dell’artista, propongono Gallino in una veste di moderno alchimista, in grado di mescolare vari ingredienti per giungere non alla pietra filosofale od all’oro, ma ad una nuova e diffusa concezione del bello, approdo di una società estetica. Nelle scatole alchemiche una ampia gamma di immagini, tratte dal mondo artificiale come da quello naturale, vengono mescolate adoperando ingredienti per lo più di derivazione chimica. Gallino si pone nella scia di quella linea del pensiero novecentesco, ad esempio Jung, che rivaluta l’alchimia, dopo la condanna seguita all’elaborazione del metodo scientifico di Cartesio e Galileo, come antica ed importante tradizione sapienziale. Sempre datata 2005 è la serie dei “Corpi quotidiani”. La piacevolezza estetica di queste composizioni non deve trarre in inganno, si tratta di quel velo di ironia che, a vari livelli di esplicazione, Gallino spalma spesso sulle sue opere. I “Corpi” , sempre armonico appannaggio di giovani donne, sono posti in varie inquadrature, prevalenti quelle che privilegiano le rotondità posteriori, a voler mimare la perfezione antropomorfa della tradizione classica, sempre mescolate con la sentenza esistenziale del “voglio vivere per….”. Si tratta in realtà di un discorso sottilmente concettuale che esalta il corpo come contenitore, spesso violato e mercificato, specie quello femminile, un corpo che, prolungamento protesico degli input mentali, si pone l’obiettivo di compiere quel percorso di realizzazione, soprattutto spirituale, già citato in precedenza. Veniamo ora alla serie conclusiva, quella dei lavori recenti, intitolati “Mimetico”. Queste opere rappresentano una sintesi ed un avanzamento nel lungo percorso progettuale di Gallino, e propongono un nuovo, perento- rio e sintetico, slogan. La mimesi sta alla base dell’ispirazione dell’artista, e, nella nuova serie di tele, assemblate con i consueti procedimenti tecnici, questa si collega con l’immaginario delle divise militari e dei poligoni di tiro, altro elemento di sottile denuncia sociale, con le composizioni che mescolano, con grande senso del ritmo e dell’equilibrio visivo, tracce dell’astrazione informale, del pop e dell’optical, mentre le bolle del pluriball giungono ad imitare, in una composizione ad incastro, i pixel della tavolozza elettronica.

Chi è Edoardo Di Mauro

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